Francesco Musante  Studio d'Arte

Francesco Musante - Studio d'Arte
tel (+39) 0187 993006
fax (+39) 0187 994736
info@musante.it

Testi Critici

L’idioletto pittorico di Musante

Esiste una linea fantastica nella pittura del Novecento che si snoda per il tutto il secolo e che marcia in parallelo con la miriade di esperienze “altre” interne ed esterne all’utilizzo di questo mezzo. Esistono artisti che hanno scelto non già di “scartare” il reale dalle loro analisi ma di trasfigurarlo in una poetica di sospensione dal tempo e dallo spazio, di non sottoposto all’immediata contingenza, di proporlo in una condizione “oltre” che muova sincronicamente appunto l’ambito del reale e quello del fantastico.
Francesco Musante è infatti un pittore non realistico che però si esprime attraverso le immagini (nel suo caso proprio di figure si tratta).
Osservando le opere che ne hanno segnato il percorso si evidenziano subito due fatti, Innanzitutto la decisa coerenza e consequenzialità del suo procedere e subito dopo il trovarsi perfettamente a suo agio in questo linea della contemporaneità. Va però precisato che non si tratta di pittura surreale, anacronista, citazionista, deliberatamente fuori moda: è invece un sistema assi più complesso che mette insieme ispirazioni ed intenzioni le più diverse, addirittura contraddittorie. Immagini l’opera di Musante al centro di un quadrilatero ai cui vertici porre i nomi di Depero, Chagall, Klee e Dubuffet (e già vi potete accorgere delle evidenti differenze che intercorrono tra loro:
Per Depero cogliamo l’aspetto iperdecorativo, illustrativo insito nella sua accezione di Futurismo (il secondo Futurismo dei maturi anni Trenta), una tensione avanguardista eppure legata alla necessità di comunicazione immediata –gli omini pre-tecnologici dell’artista di Rovereto accanto ai maghi e ai poeti vestiti di rosso di Musante.
Da Chagall è invece fatto derivare tutto l’universo più favolistico di una pittura popolare molto colta che ama raccontare e raccontarsi, una pittura che affonda le radici nei suoi luoghi d’origine ma che si propone in quanto testo visivo letterario adatto a qualsiasi tipo di pubblico. 
E se di Klee Musante coglie la grafia, il segno sintetico, talora criptico ed orientaleggiante, è con Dubuffet (artista cronologicamente a noi più vicino) che scopriamo interessanti paralleli. Pur lavorando infatti in un ambito informale, e dunque per la quasi totalità segnico, gestuale e comunque aniconico, Dubuffet ricerca una dimensione pittorica che sappia rendere un forte valore simbolico, immediato, persino ingenuo; un’Art Brut semplice come la potrebbe fare un bambino o un pazzo, narrativa, teatrale, un lavoro ciclico e seriale con personaggi e luoghi attraverso cui creare familiarità al pubblico. Anche Musante lavora per cicli, organizza storie in episodi: quelli che in Francia erano Macadam, Philoblus et c. (che straordinari nomi circensi) sono oggi Frizzi & Frazzi nella città di Mirabilia (forse il prosieguo di una città invisibile di calviniana memoria).
Si è scelto padri nobili e non comuni il nostro Musante, ma c’è di più; c’è altrettanta continuità con quello che potremmo chiamare il fantastico italiano, presente in diverse stagioni e in diversi momenti del secolo prossimo a finire, un percorso che attraverso il realismo Magico e la Metafisica, tocca il futurismo e si ripropone negli anni Cinquanta con il Surrealismo rivisitato che tanto amava Luigi Carluccio, ma soprattutto si esprime in maniera quantitativamente e qualitativamente più significativa nella traduzione italiana del Pop a partire dalla fine degli anni Sessanta e per buona parte dei Settanta, anche se quei decenni parlano soprattutto le lingue minimali e concettuali,. Resta il fatto che proprio da quell’ambito si è sviluppata una possibile linea di ricerca parallela alla pittura italiana, legata ad altri fatti della cultura di cui parleremo dopo, che ha visto l’affermarsi di differenti artisti per diverse temperature. Penso da una parte al colorismo di Tadini, non a caso oltre che pittore, scrittore, critico intellettuale a tutto tondo, e dall’altra a Baj e alla sua trasfigurazione dell’avanguardia in un langue popolaresca al limite della naiveté; da una parte a Nespolo e al suo segno invasivo nell’ambito di una comunicazione sempre più allargata dell’arte, e dall’altra al naturalismo in chiave pop e surreale di Possenti.. Come pure negli anni Ottanta, da una parte alcune espressioni ludiche nell’ambito dei cosiddetti “”Nuovi nuovi”, la proposizione barilliana alternativa soft all’espressionismo transavanguardista, e in particolare i quadri di Bruno Donzelli, mentre dall’altra la pittura installativa dei Nuovi Futuristi e di Marco Lodola, sul versante high tech ma pur sempre di ispirazione pop.
Francesco Musante opera in questa linea pittorica con tutta una serie di varianti che ne rendono il lavoro personalissimo ed attuale: il tratto illustrativo e favolistica reso con colori acidi e contemporanei, la grafia nervosa ed asciutta che mira alla sintesi, la descrizione dettagliata che riempie tutti gli spazi del quadro, la coabitazione sul medesimo supporto di vari momenti, la riscoperta delle radici popolari e il solido ancoraggio al proprio patrimonio culturale senza spingere però sul tasto dello Strapaese.
In particolare è dalla seconda metà degli anni Ottanta che il lavoro di Musante si è precisato e insieme arricchito: precisato perché si è assestato su una linea molto riconoscibile e coerente; arricchito perché ha assunto una miriade di particolari e una preziosità di materia pittorica proprio evidente. Ma ciò che mi fa risultare stimolante la lettura di Musante oggi (e focalizza l’attenzione non più sul personaggio così simpatico e affascinate, dal suo favoloso eremo spezzino, ma sul pittore e sul suo lavoro) è un impatto estroflesso, un impatto che colga la pittura in quanto parte di una più complessa fenomenologia intellettuale. L’aggancio mi viene dal mondo della letteratura e dall’osservazione che, in un’epoca di azzeramento linguistico, di abbattimento dei confini, di (folli) unificazioni idiomatiche, l’unica strada percorribile, la grande chance di questi anni è la creazione di nuovi idioletti , lingue parzialmente reali e in altra parte inventate che riflettano la coabitazione di mondi e punti di vista diversi, dell’arcaismo come dell’high tech, del dialetto come dello slang giovanile, del latino o del volgare come dell’anglismo ecc…Non è vero quindi che l’era cybertecnologica uniforma, anzi ci sono mille possibilità di recuperare forme lontane e di utilizzarne di altrettante nuove o inventate attraverso un uso creativo e conoscitivo della macchina.
L’dioletto pittorico di Francesco Musante si fonde molto bene con la letteratura, in particolare risulta legato a quella dell’Italia del Nord che mostra indubbiamente climi e temperature diversi che in altre regioni. Il lavoro di Musante è duplice: sulle atmosfere e sulla lingua. Se per le atmosfere la sua pittura si snoda idealmente attraverso il Celati delle Avventure di Guizzardi, il Calvino delle Città Invisibili, il Cavazzoni del Poema dei lunatici, con la lingua (e quanto spazio ha infatti la parola scritta, vero e proprio corollario e didascalia delle sue immagini) Musante fa un lavoro molto simile a quello di Dario Fo, con il “gramelot” un po’ vero e un po’ no del Mistero Buffo:teatro – pittura del vilain, personaggio che dice la verità come i vari alterego dei quadri del nostro Musante. Sta qui l’ispirazione “padana” nelle sue più recenti opere, in particolare nel ciclo di quadri qui riprodotto. Musante studia le radici culturali della Bassa e le trasforma in un idioletto veloce e contaminato, figlio insieme della parlata locale e del computer, delle usanze popolari e della cultura pop. Delle favole di paese e della storia dell’arte….Il lago di Como e il risotto alla milanese, la poesia futurista e il Torrazzo di Cremona, il pittore madonnaro e il violino Stradivari, un dejeneur sur l’herbe e un sogno marinettiano…

Luca Beatrice
Curatore padiglione Italia Biennale di Venezia 2009

Francesco Musante. L’argonauta innamorato

Molti scrittori famosi si sono dedicati al racconto di viaggi in mondi favolosi e fiabeschi rivolti principalmente a stimolare la fantasia e il divertimento dei piccoli lettori, ma destinati anche ai grandi affinché non dimentichino mai di essere stati bambini e per sollecitarli a conservare la capacità di vedere le cose con gli occhi meravigliati del fanciullo.

 Anche gli artisti, attraverso la raffigurazione di luoghi e personaggi fantastici, ci inducono ad aprire la mente, ad oltrepassare il confine tra la realtà e la favola, per trovare, proprio tra gli scenari dell’immaginario, molteplici similitudini con il quotidiano vissuto. La fiaba, come la raffigurazione fantastica, diventa un semplice mezzo espressivo per raccontare ciò che più è autentico e che spesso si dimentica con la nostra crescita e maturazione.
Per artisti come Francesco Musante, spesso, basta una semplice circostanza, uno spunto, un flashback o uno stato d’animo particolare per far scattare un meccanismo mentale che lo induce a iniziare un racconto fantastico con un preciso punto di partenza, ma quasi mai con un finale prevedibile. Il pittore spezzino potrebbe essere paragonato al pilota Antoine, lo stesso scrittore Antoine de Saint-Exupéry, che attraverso l’incontro con il giovane protagonista del libro Il Piccolo Principe e la descrizione dei suoi viaggi per insoliti pianeti, ci conduce alla riscoperta delle cose essenziali della vita. Così come lo scrittore francese, Musante è consapevole che gli adulti fanno di tutto per scoraggiare la fantasia e la creatività dei bambini, cercando di trasmettere modelli che rendono asettica la vera natura di chi deve crescere.
Ragazze volanti con il cuore in mano che rincorrono nuvole colorate, figure maschili che, incredule e meravigliate, si proiettano in acrobazie per sfuggire a una meravigliosa pioggia di cuori colorati. In certi casi un filo sospeso non trasfigura semplicemente una prova d’abilità legata all’equilibrio, ma diventa simbolo di divisione tra dimensioni differenti, tra stati diversi, tra finito e infinito, tra giorno e notte, tra realtà e favola, tra vita vissuta e vita auspicata. Ecco che i sottili cuori, che sembrano scendere dal cielo con la levità della purezza, si trasformano in simbolo di quell’amore universale in grado di contaminare ogni cosa, di cambiare le sorti del mondo e di sovvertire gli animi delle persone che, almeno all’apparenza, sembrano lontane dal calore della luce del sole.
Realtà, fantasia, non-sense, mistero, intrigo, frammenti memoriali sono uniti a parti ideali che il nostro artista raccoglie nel proscenio di un teatro dalla quinta quantomeno suggestiva ed evocativa. Per riconquistare spontaneità e naturalezza è necessario scavare e cercare nel proprio cuore: Musante, come un piccolo argonauta, intraprende innumerevoli viaggi fantastici, ma anche se descrive mondi più affini al bambino che all’adulto, è proprio ai fruitori maturi che vuole comunicare.
Nel suo racconto, Antoine descrive gli adulti come amanti delle cifre, dell’effimero e dell’apparenza, poco attenti al profondo ed all’intimo, mentre eleva i bambini a persone comprensive, mature a tal punto da giustificare il modo di essere e di pensare dell'adulto stesso, ma ancora così pure da dimostrare senza filtri i propri sentimenti. È attraverso un linguaggio semplice, essenziale, diretto e, in certi casi, primordiale che il pittore riesce a descrivere la vera natura umana, la necessità di abbandonarsi alle emozioni e alle passioni. Attraverso i suoi lavori, Musante cerca di far tornare bambina la stessa umanità, tenta di tirare fuori il fanciullino che c’è dentro ognuno di noi per obbligarci a toglierci quell’armatura e quelle maschere che hanno contaminato, nel corso degli anni, quella purezza d’animo appannaggio dei bambini.
Il protagonista delle sue opere, un elegante personaggio con una tuba particolare, è in perenne migrare, di solito fluttuante nel cielo stellato, a cavallo di un treno, su una nave o occupato in qualche acrobazia, spesso sospeso in aria, ma pur sempre intento a rincorrere l’amore o a farsi travolgere dal sentimento. Tra visionarietà e lucida illusione, tra storia autobiografica e fantasia, nelle sue opere viene narrata la necessità umana di creare un legame, un rapporto sentimentale a cui concedersi liberamente. Musante vive in pieno la spontaneità dei propri sogni e la fantasia irrazionale delle proprie composizioni, ma al tempo stesso ha coscienza delle proprie intenzioni attuando all’interno del processo creativo una personale organizzazione. Ecco che l’artista, come la volpe che incontra il Piccolo Principe nel racconto di de Saint-Exupéry, ci invita ad amare, senza fermarsi alle apparenze, scoprendo che in ognuno c’è qualcosa di invisibile che è più importante di quello che appare in superficie. 

Può capitare che un viaggio nella fantasia o un vera esplorazione possa essere utile per capire il valore delle persone che amiamo, allontanarci mentalmente o fisicamente porta a riflettere ed apprezzare i lati più belli delle persone amate ed a saper accettare anche ciò che meno ci piace. Un affetto sincero accetta incondizionatamente l’amato così com'è senza volerlo cambiare. Il viaggio che Musante fa intraprendere ai suoi personaggi, nonostante sia descritto come un’escursione magica, ha finalità istruttive: ricercare l’amore o ritrovare la passione. Ogni sua opera potrebbe essere considerata come il luogo dove i desideri prendono forma: il pittore ci invita a preservare, rimanendo noi stessi, la nostra capacità di sognare e di usare la fantasia per creare un qualcosa di veramente concreto e stupefacente.
Se è vero quello che Antoine de Saint-Exupéry afferma nella sua favola “non si vede bene che col cuore, l'essenziale è invisibile agli occhi”, Musante riesce a dar forma al sentimento. In fondo, su uno scenario favoloso, l’artista dipinge quanto di più reale e ricercato ci sia: l’amore, il vero senso per cui vivere, il reale motivo per cui sognare e continuare a cercare.

Maurizio Vanni

Museologo, Critico e Storico dell’arte
Direttore del Museo Lucca Center of Contemporary Art